Chi non ha mai pianto? Chi non ha mai sentito nel profondo di sé questo bisogno di essere confortato? La Bibbia non si sottrae a questa esperienza universale: Gesù stesso pianse sulla tomba del suo amico Lazzaro. Cosa ci dice dunque la Parola di Dio sulla consolazione, su ciò che ci lenisce e ci solleva in mezzo alla sofferenza?
incontro con Don Valentin Rhonat, sacerdote della Comunità di Saint-Martin, esegeta e cappellano a Mont-Saint-Michel.
Dimensione rituale della consolazione: il distacco dalla morte
La consolazione nasce da un’esperienza reale. Tocca il cuore, la mente e la volontà. Non anestetizza il dolore; lo trascende.
Padre Valentin Rhonat ne spiega la dinamica per l’uomo: “La consolazione è un’esperienza interiore, qualcosa che ci fa sentire bene”. Libera la nostra mente da ciò che la opprime. Un’esperienza molto emozionante e molto personale.
Nell’Antico testamento la consolazione ha una dimensione molto rituale, quindi sociale, esteriore. Si parla di consolazione con una parola molto strana che si compone di tre consonanti, נִחַם (niḥam)[1], dalla rfadice נחם (n-ḥ-m) un verbo difficile da tradurre. Françoise Mirguet, professoressa all’Università dell’Arizona, lavora proprio sulle emozioni e la consolazione nella Bibbia ebraica. Ella ha pubblicato un capitolo intitolato “The Root נחם (Niphal and Hitpael) in the Hebrew Bible”[2]. in cui precisa che “il niḥam” spesso tradotto con consolazione, originariamente significa disimpegno, liberazione.
Un disimpegno dalla situazione che ci fa soffrire: dalla morte. E’ dopo essere stati segnati dalla morte di persone a noi care, dopo avere avuto comunicazione con questa morte, dopo che noi stessi abbiamo mimato questa morte attraverso i riti funebri – gli antichi si rasavano i capelli, si cospargevano di polvere , si fingevano essi stessi toccati dalla morte – che noi diciamo « stop, basta », mi disimpegno dalla morte. Mi sollevo e ricomincio a vivere. E così raggiungiamo il נִחַם (niḥam). E’ un po’ questo lo stato della consolazione: tornare alla vita. E’ un disimpegno in rapporto a ciò che ci opprime, in particolare la morte.
[1] https://brill.com/display/book/9789004536296/BP000018.xml?language=en&srsltid=AfmBOopOFHx1LA0m0QmWDI0J5KOSZXoVTOG_5EUa5Feszym0Ew2Oz5Il&utm_source=chatgpt.com
[2] https://fr.wikipedia.org/wiki/Fran%C3%A7oise_Mirguet?utm_source=chatgpt.com
Quando il Signore conforta, fa una promessa
Il cuore della Bibbia è rivelare il volto di Dio. E naturalmente ci sono consolazioni, parole di tenerezza umana. Questa dimensione è presente sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. La particolarità della Bibbia è che il protagonista è Dio. Nella Bibbia, colui che consola è Dio. Si presenta, dà sollievo e naturalmente conforta. Questa è la differenza con la nostra consolazione umana. Per un semplice motivo, la nostra consolazione è, potremmo dire, “impotente”. Se perdi una persona cara, posso mostrarti la mia presenza, la mia vicinanza e la mia tenerezza e dirti “domani andrà meglio”, ma non posso fare altro. Dio ha una consolazione molto diversa: la sua consolazione è “potenza”, perché può far risorgere la persona amata. Dio promette di riportarti nella tua terra, di restaurarti come popolo e di ricostruirti.
Il fondamento è teologico. Dio promette e Dio mantiene. La consolazione non è un vago ottimismo. Viene da un Dio vivente che agisce. L’Apostolo testimonia: “Egli ci consola in tutte le nostre difficoltà, affinché noi possiamo consolare” (2 Cor 1:4). La sofferenza rimane reale. Tuttavia, non governa più. La Parola reindirizza il desiderio e riapre il futuro. Don Valentin riassume la posta in gioco: “Quando il Signore consola, fa una promessa e la mantiene. Questa promessa si svolge in due fasi. In primo luogo, la compassione. Gesù pianse sulla tomba di Lazzaro: “Gesù pianse” (Gv 11:35). Poi c’è l’atto di sollevarlo: “Lazzaro, vieni fuori” (Gv 11:43). La consolazione cristiana segue questo ritmo. Ci raggiunge e poi ci rimette in piedi. Non minimizza nulla. Trasforma la memoria ferita. Ci rende di nuovo capaci di amare, di fare cose semplici e giuste.
La consolazione è una relazione con Dio
La Bibbia non offre una procedura magica, ma una relazione con Dio attraverso la meditazione della sua parola: “Parla con franchezza davanti a Dio”, insiste Don Valentin. La chiave è sapere davvero come esprimere la propria sofferenza a Dio.
I Salmi forniscono le parole. Il supplicante grida, pone domande, spera. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato” (Sal 22:2). “Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato” (Sal 34:19). A volte sopportiamo situazioni molto difficili. Il rischio è quello di mettere un coperchio negandolo, davanti agli altri e a Dio. Pregare in modo molto educato, “come dovrebbe essere”. Ebbene, no. Se la nostra anima è lacerata, Dio vuole guarirci profondamente. Affinché questo sia possibile, dobbiamo esprimere questa lacerazione davanti a Dio in modo molto chiaro, per vedere la sua rabbia. Questo è ciò che fa Giobbe nella Bibbia. Attraversa una profonda tristezza dopo aver perso tutto ed esprime un enorme grido di rabbia, ma rimane in relazione con Dio. Questa sincerità non è un dubbio, è la forma stessa della fiducia.
Il Libro di Giobbe conferma questo approccio didattico. L’uomo giusto rifiuta risposte rapide. Perora la sua causa. Dio lo introduce alla saggezza. La consolazione non elimina il mistero. Ristabilisce la relazione. Porta alla benedizione. Inoltre, lo Spirito Santo svolge quest’opera con delicatezza. Gesù promette “un altro Paraclito” (Gv 14:16, 26). Lo Spirito ricorda la Parola. Rafforza il cuore. Produce i suoi frutti: “amore, gioia, pace…”. (Gal 5:22-23). Ci conduce dalla paura alla fiducia.
La consolazione ha una dimensione rituale, sociale ed esteriore.
Inoltre, nella fede cristiana, abbiamo l’aiuto dei sacramenti che ci sostengono sulla Parola di Dio, sulla Sua azione e sulla Sua grazia. Ciò che la Bibbia rivela, la Chiesa lo mette in pratica. La consolazione diventa preghiera comune, rito e fraternità. “La consolazione ha una dimensione rituale, sociale ed esteriore”, dice Don Valentin[1]. I funerali, l’Eucaristia e le benedizioni sostengono il cuore turbato. La Parola proclamata illumina la notte. La confessione riapre la pace del perdono. La preghiera per i defunti rimane un’opera di misericordia. Collega la terra e il cielo. Inscrive il ricordo affettuoso nella comunione dei santi. Inoltre, la carità fraterna intreccia una presenza che rimane salda. Visitare, ascoltare, condividere un pasto, camminare insieme: questi modesti segni diventano efficaci. Portano il peso della giornata. Parlano del Vangelo senza forzarlo. Mantengono viva la promessa. In questo modo, la consolazione viene illustrata in una Chiesa che è una casa, dove ogni persona a turno riceve e trasmette ciò che ha ricevuto da Dio.
È molto consolante confessarsi e ricevere la Santa Comunione.
Il percorso ha bisogno di una disciplina semplice e sostenibile. Padre Valentin descrive i punti di riferimento. Leggere un Salmo. Meditare sul Vangelo. Chiedere lo Spirito. Tornare regolarmente al sacramento della riconciliazione. “È molto consolante confessarsi e ricevere la Santa Comunione”, dice. L’Eucaristia ci unisce a Cristo, il vincitore della morte. Ci permette di vivere nella comunione dei santi. Allo stesso tempo, dobbiamo accogliere l’aiuto degli altri. Accettare una visita. Affidare un compito. Prendere in carico un servizio. Scrivere un nome per un’intenzione della Messa. Questi atti danno forma a una memoria aperta. Trasformano il dolore in intercessione. Inoltre, la persona riscopre i gesti della vita. Respira. Prende di nuovo decisioni. Va avanti al proprio ritmo, senza fretta. La consolazione non impone il suo ritmo. Accompagna. Onora la storia unica di ogni persona.
Oltre le illusioni, il regno dei cieli
Dio ci dà la sua grazia per superare le prove. Non pretende che siano facili o che dobbiamo smettere di sentirle. Le usa per aiutarci a trovare la vera felicità, al di là delle illusioni e dei piaceri veloci che la vita ci offre, e per aiutarci a comprendere la salvezza che abbiamo ricevuto. Tuttavia, tutto questo ha senso solo se riconosciamo il vero orizzonte del cristiano: il regno dei cieli. Non si tratta di una felicità qui e ora, mai duratura, difficile da raggiungere e, anche quando la si raggiunge, sempre fragile. La ragione della speranza cristiana è altrove: nel Regno.
Questa speranza getta luce sulla consolazione. “Beati quelli che piangono, perché saranno consolati” (Mt 5:4). Cristo non promette: “Darò loro dei tranquillanti”. Non ci rende insensibili: sarebbe disumano. Le lacrime sono legittime quando perdiamo un figlio, una figlia o un fratello. Ma la promessa afferma che nessuna situazione umana difficile sfugge alla potenza di Dio: Egli può ripristinare ciò che è stato spezzato; fornisce la sua risposta e la fornirà pienamente. Quindi la consolazione non toglie il dolore, ma lo indirizza verso il futuro di Dio, fino al giorno in cui “asciugherà ogni lacrima dai loro occhi” (Ap 21:4).
La consolazione cristiana non è quindi un diversivo. Rivela l’intervento di un Dio salvatore. Sulla croce, Cristo sopporta il male. Nella risurrezione, apre un futuro. Tra questi due poli, la Chiesa avanza umilmente. Vive della Parola, dei sacramenti e della carità. Mantiene la promessa, fino al giorno del Signore.
Dio ci conforta allontanandoci da noi stessi
Non esiste una “ricetta”. Dobbiamo distinguere tra momenti di crisi – “Non ho superato un esame”, “La mia ragazza mi ha lasciato” – in cui ci aspettiamo una consolazione immediata, e prove a lungo termine – “Mio figlio è morto”, “Ho appena perso tutto” – che richiedono un ritmo diverso. In queste situazioni, dobbiamo rassegnarci alla pazienza: Dio ci conduce attraverso il deserto e a volte impiega molto tempo per farci uscire dalla prova. A volte dobbiamo anche aprire gli occhi sui nostri blocchi: difficoltà a ricevere la consolazione, a “fare i conti con noi stessi”. La consolazione ha una dimensione compassionevole: vicinanza, presenza, parole che ci assicurano: “Ti amo, sono con te”. Ma Dio utilizza anche approcci più impegnativi: ascoltare verità difficili, collegare la sofferenza a scelte sbagliate, assumersi la propria parte di responsabilità. Attraverso la consapevolezza, Dio illumina, raddrizza e guarisce. Tutto questo richiede tempo. Un tempo di vigilanza: il ritiro è un rischio reale.
La risposta data a Giobbe nel capitolo 38: Dio non discute con l’argomentazione dell’uomo giusto che è stato messo alla prova, ma lo trascina nella contemplazione: “Dov’eri tu quando io fondavo la terra” (Giobbe 38:4). Lo conduce in un viaggio attraverso la creazione, mostrandogli gli “angoli più remoti delle montagne”, i “luoghi meravigliosi e misteriosi” e soprattutto mostrandogli Dio all’opera. Attraverso questo discorso poetico, Dio prende Giobbe per mano, lo conduce fuori dalla reclusione in cui lo aveva condotto il dolore, lo ricolloca nell’ordine della creazione, gli restituisce fiducia e rompe lo sterile tête-à-tête con la sua sofferenza. Il “modello di guarigione” così rivelato sposta il nostro sguardo: Dio ci libera riportandoci all’orizzonte più ampio della sua opera e ci permette di contemplare se stesso all’opera (“dov’eri tu quando ho fondato la terra”), il che stimola nuovamente la nostra fiducia. Il dolore cessa di regnare senza essere negato. Il nostro dolore ci condanna alla reclusione. Dio ci libera da esso, se accettiamo questo percorso.
Don Valentin Rhonat è un sacerdote della Comunità Saint-Martin e cappellano a Mont-Saint-Michel, dove insegna ai seminaristi.




