Che cos’è la preghiera? La testimonianza di Maria e Gabriele

Cosa significa pregare quando la vita vacilla? Quando la morte si autoinvita? Quando le parole ci abbandonano? “Pregare vuol dire parlare con un amico”. Questa semplice frase ricorre spesso nelle testimonianze di Marie e Gabriel. Entrambi raccontano un’esperienza di preghiera incarnata, radicata nella vita quotidiana, nel lavoro, nella fatica e talvolta nella rabbia. In questa intervista, realizzata presso il santuario di Montligeon, condividono come la preghiera diventi un sostegno concreto, sia personale che comunitario. Non si tratta di una spiegazione teorica della preghiera. A poco a poco, la preghiera emerge come luogo di ascolto, fiducia e speranza, in particolare nella preghiera per i defunti, cuore della missione di Montligeon.

Pregare per resistere, come nel Getsemani.

“Ho scoperto la preghiera attraverso la rabbia”. Per Gabriel, la preghiera non inizia con la calma, ma con la tensione. Le prove, l’incomprensione, il senso di ingiustizia in questo mondo. Lavorando su una piattaforma che gestisce le chiamate di emergenza – 18, 112, 15 – sa che ogni giorno possiamo trovarci faccia a faccia con il disagio umano, a volte con la morte. “Ti alzi al mattino e sai che sarà dura. In questo contesto, la preghiera diventa vitale. Prima del lavoro, dopo il lavoro, nei giorni di riposo. A volte in silenzio, quando la situazione diventa troppo pesante. Gabriel ricorda queste chiamate eclatanti, in particolare i suicidi vissuti in diretta. “Quando sei un cristiano, ti dispiace per un’anima”, dice. Parla di un’eco con il Giardino del Getsemani, senza spiegarlo ulteriormente, come un modo per esprimere la gravità che si prova. La preghiera non fornisce risposte immediate. Tuttavia, ci permette di mettere a tacere ciò che sta traboccando. “Solo Dio lo sa”, dice semplicemente.
E questa fiducia, per quanto fragile, ci sostiene.

Intervista a Maria e Gabriele il 31 ottobre 2025, durante i Pellegrinaggi del Cielo. Foto © sanctuaire Notre-Dame de Montligeon.
Intervista a Maria e Gabriele il 31 ottobre 2025, durante i Pellegrinaggi del Cielo. Foto © sanctuaire Notre-Dame de Montligeon.

Pregare con questo amico, Cristo

Marie racconta un’altra introduzione alla preghiera, segnata dall’infanzia. “I miei genitori mi hanno introdotto alla preghiera come una conversazione con un amico”. Parla di una conversazione spontanea, quotidiana, senza argomenti proibiti. Per lei, questo amico è innanzitutto Cristo. “A lui puoi confidare qualsiasi cosa.
Il fatto che si sia fatto uomo rende la relazione più concreta, più accessibile”. Marie insiste sul fatto che pregare non significa parlare bene, ma osare dire. In questo modo, la preghiera diventa un luogo di verità, dove trovano posto sia la gioia che la stanchezza.

Gabriel si unisce a questa esperienza a modo suo. Battezzato da adulto, ricorda un momento decisivo nella chiesa abbaziale di Issoire. Entra, si siede, parla.
“Quel giorno mi è caduto lo zaino. L’immagine è potente. Troppi fardelli, troppe domande e poi questo gesto interiore: lasciare che Dio lo porti. “Lui ti dice: ‘Sono qui’. Pregare qui non risolve tutto. Ma apre uno spazio in cui possiamo chiedere, sperare e credere che Dio veda oltre i nostri piani.

Pregare in comunità e comunione

La preghiera non rimane solitaria. Marie sottolinea l’importanza della comunità. “È fondamentale sentire che non siamo soli nella nostra fede. A Montligeon questa dimensione diventa tangibile. Evoca la comunione dei santi, vissuta concretamente: la preghiera sulla terra, unita a quella della Chiesa in cielo. I registri dell’armadio obituario (posto alle spalle della Statua della Madonna nel Santuario, n.d.T.) ce lo ricordano in modo particolare. “Tutti quei nomi per i quali preghiamo ogni giorno, penso che sia meraviglioso. La Messa, soprattutto quella della domenica, riunisce questa comunione visibile e invisibile. Le grandi feste, come quella di Ognissanti, rafforzano ulteriormente questo senso di unione.

Gabriel, da parte sua, sottolinea che non esistono “formule magiche”. “Parla con lui come faresti con il tuo migliore amico. Dove sei, come sei. La preghiera diventa allora una rete”. Marie usa ancora questa immagine: “Come la rete sotto i trapezisti. Un sostegno discreto ma reale. Questa rete di preghiera fornisce sostegno, sicurezza e speranza.

“La preghiera è come una rete sotto un trapezista: puoi andare avanti, anche su una corda tesa.

Maria conclude con coloro “che ci hanno preceduto”. “Quelli che sono arrivati”. Questa certezza alimenta il nostro slancio: un giorno, anche noi saremo in cammino verso la stessa comunione. In questo modo, la preghiera non si chiude nel passato. Apre la porta alla vita condivisa, affidata e sperata: la vita eterna.

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