A 25 anni, Adriana scopre di avere un tumore aggressivo. In pochi giorni, la sua vita viene stravolta. Qui racconta cosa questa prova ha cambiato profondamente: il suo rapporto con la vita, con la sofferenza e con Dio.
Una vita perfetta, o quasi
Mi chiamo Adriana, ho 35 anni e vivo tra Parigi e un piccolo paesino di campagna vicino al santuario. Mi occupo di diversi progetti professionali, quasi tutti legati all’istruzione. Sono la seconda di quattro figli. Sono cresciuta a Parigi e lì ho iniziato i miei studi di economia, poi sono partita per Londra per fare un master in finanza. Ho poi lavorato diversi anni a Londra, una città che amavo profondamente, mi sentivo davvero a casa lì. Era una vita che trovavo bella, ben organizzata, stimolante. Eppure, da un giorno all’altro, qualcosa è cambiato: ho iniziato a non sentirmi bene. All’inizio non era un problema fisico, era qualcosa di interiore. Avevo la sensazione di non essere al posto giusto. Per diversi mesi mi sono detta che non riuscivo a trovare un senso alla mia vita, soprattutto nel lavoro. Lavoravo tantissimo. Mi impegnavo tantissimo. Ma alla fine della giornata, avevo l’impressione di non aver portato a termine quello che dovevo fare, mancava qualcosa.
per la rivista “Chemin d’éternité”.
I primi sintomi nel mio corpo
Col senno di poi, oggi ci faccio caso, ma in quel momento non ci avevo pensato. I sintomi fisici sono comparsi gradualmente: stanchezza persistente, tosse, malessere e poi perdita di equilibrio; mi capitava di svenire o di sbattere contro qualcosa senza capire perché. A poco a poco, respirare è diventato più difficile, come se qualcosa si stesse chiudendo dentro di me.
Mi ricordo un momento preciso in cui mi sono soffocata mentre mangiavo; è stato allora che ho iniziato a preoccuparmi sul serio. Sono andata da diversi medici a Londra, ma tutti mi hanno detto che stavo bene. Persino al pronto soccorso, quando non riuscivo più a respirare, mi hanno detto che si trattava solo di asma; mi hanno prescritto la Ventolina, senza alcun effetto reale.
Qualche giorno dopo, ho deciso di tornare in Francia, a Parigi, dove sono cresciuta, per consultare il mio medico di famiglia. Dentro di me sapevo che c’era qualcosa che non andava; era molto chiaro, quasi fisico, come un’evidenza silenziosa. C’era un’incoerenza nell’insieme di questi sintomi, qualcosa che non quadrava. Il medico, dal canto suo, si è subito allarmato vedendo come stavo.
Ho fatto una TAC un venerdì, verso la fine della mattinata; mi ricordo benissimo quel momento. Il giorno dopo, sabato mattina, avevo già un appuntamento in ospedale. Tutto è successo molto in fretta: mi hanno operata e, quattro o cinque giorni dopo, ho iniziato una chemioterapia molto pesante. È arrivata la diagnosi: un linfoma molto aggressivo, già in stadio avanzato. In pochi giorni, la mia vita ha cambiato ritmo, contesto, realtà; tutto ciò che era stabile è diventato incerto, tutto ciò che davo per scontato ha cominciato a vacillare.
L’imprevisto non può entrare in una vita in cui c’è già tutto
A Londra vivevo una sorta di emancipazione. Era l’inizio della mia vita da adulta, un’avventura in un paese che conoscevo ancora poco, ma in cui mi ero ambientata in fretta. Tutto andava per il meglio: i miei studi, le mie relazioni, i miei primi lavori.
Ero appassionata di quello che facevo, ma non avevo limiti. Mi ci dedicavo anima e corpo, senza chiedermi davvero se fosse un bene per me, né se fosse la cosa giusta; non mi chiedevo quale fosse il senso profondo di ciò che stavo vivendo, al di là della stimolazione intellettuale e dell’impegno immediato. Avevo anche una vita sociale ricca, amici che ho ancora oggi e a cui tenevo tantissimo. Ma anche in quel caso mi dedicavo completamente, senza riserve. Tutto occupava il mio tempo, tutto riempiva lo spazio. Col senno di poi, mi rendo conto che non c’era più spazio. Non so se l’imprevisto possa entrare in una vita in cui tutto è già pieno.
Non c’è spazio per Dio, ma c’è un’intuizione…
Sono cresciuta in una famiglia cattolica di tradizione, ma non praticante. Sono stata battezzata da bambina, ho fatto la prima comunione e poi la cresima alle medie, in una scuola cattolica; eppure, tutto questo è rimasto piuttosto superficiale.
Non ero praticante, e Gesù non faceva davvero parte della mia vita. Anche dopo la cresima, non avevo capito davvero cosa significasse ricevere lo Spirito Santo; questa consapevolezza sarebbe arrivata molto più tardi. Dio, quindi, non era presente nella mia vita attraverso i sacramenti o una pratica regolare. Eppure, credevo che esistesse qualcosa di più grande. Da sempre avevo questa intuizione.
Fin da quando ero bambina, una presenza discreta
Oggi, rileggendo la mia storia, posso dire che Dio c’è sempre stato. Ricordo un’estate, quando ero bambina, in cui ripetevo senza sosta: «La vita è bella». All’epoca non sapevo da dove venisse quella gioia, ma la sentivo intensamente. Col senno di poi, mi rendo conto che dentro di me c’era una gioia che andava oltre me stessa. Ero consapevole di una presenza, ma era ancora vaga, senza volto, senza un legame personale; non la collegavo ancora a Dio così come lo scopro oggi.
Quando niente funziona più, alzo lo sguardo al cielo
A Londra, quando il mio malessere si è intensificato, ho provato a fare quello che facevo di solito per stare meglio: vedere i miei amici, uscire, andare in vacanza, dedicarmi a tutte quelle attività che, di solito, mi facevano bene. Ma niente funzionava. Allora, a un certo punto, ho alzato lo sguardo al cielo. Non mi sono rivolta esplicitamente a Dio, ma ai miei angeli custodi e a mio nonno che non c’è più. Ho detto loro: «Non so più cosa fare. Ho esaurito tutte le mie risorse. » Avevo provato di tutto, tutto ciò che di solito mi permetteva di ritrovare un po’ di gioia o di equilibrio; ma in quel momento, niente mi dava forza. Era la prima volta che ammettevo, davvero, che non ce la potevo più fare da sola.
«Probabilmente è un cancro»
Mi ricordo il momento della TAC. Il radiologo sudava. Capivo bene che qualcosa non andava. Quel giorno mia nonna era con me. Come si dice spesso in questi casi, mi diceva che sarebbe andato tutto bene, cercava di rassicurarmi. Ma io, dentro di me, sapevo che non era così. Sono tornata a casa e ho iniziato a piangere tantissimo. Poi mi ha chiamata il mio medico e mi ha detto: «Probabilmente è un cancro». Ho smesso subito di piangere: era come se il mio corpo fosse stato finalmente ascoltato. Mi sento in buone mani e mi dico: «Si apre un nuovo capitolo, non posso più tornare indietro.»
«Non ce la faccio.
È troppo.»
In men che non si dica, mi ritrovo in ospedale. In pochi giorni passo da una vita attiva a una in cui sono completamente assistita: mi operano d’urgenza. I linfonodi mi comprimono la trachea e la gabbia toracica, e ho del liquido intorno al cuore. C’è un rischio per la vita. I medici non riescono a capire come mai, proprio il giorno prima, fossi ancora andata al lavoro. Nemmeno io lo capisco. Mi rendo conto di quanto sia forte questo cambiamento: ieri ero in piedi, attiva, autonoma. Oggi sono ricoverata, dipendente dagli altri, in pericolo.
Quando mi hanno parlato dell’intervento, all’inizio mi sono rifiutata. È successo tutto troppo in fretta. In ventiquattro ore sono passata da una vita normale alla notizia di una malattia grave, al ricovero in ospedale e a un intervento chirurgico impegnativo. Mi sento fragile, sia fisicamente che emotivamente.
Dico: «No, questo proprio non ce la faccio. È troppo.»
Sento che se accettassi in quel momento, non mi sveglierei più. Non so spiegare razionalmente questa intuizione, ma c’è. Rifiuto. Il medico mi dice che non può costringermi, ma che non posso andarmene. Mi tiene in terapia intensiva. L’operazione è prevista per lunedì. È un momento importante per me. Forse è la prima volta che compio un atto di libertà in questa situazione.
Un incontro decisivo in ospedale
In questa stanza, i medici vanno e vengono, gli esami continuano, è tutto molto tecnico, molto veloce, quasi impersonale. E poi, a un certo punto, entra una cardiologa. Fa uscire gli altri. Si siede vicino a me. Si avvicina, davvero, fisicamente, come per ridurre la distanza che tutto il resto aveva creato. C’è nel suo atteggiamento qualcosa di semplice, di profondamente umano, che contrasta con il trambusto che mi circonda. Mi chiede perché ho rifiutato l’operazione. Glielo spiego, con le mie parole, con la mia stanchezza, con quello che riesco a dire in quel momento. Lei ascolta. Poi mi fa un’altra domanda, in modo molto semplice: «Adesso saresti pronta?» E lì sento che qualcosa si è mosso dentro di me. Non è una decisione ragionata, non è un calcolo, è come uno spostamento interiore, discreto ma reale. Rispondo: sì. Allora lei mi spiega chiaramente la situazione, senza giri di parole: la mia vita è in pericolo, c’è una vera emergenza. Capisco. Questa volta non mi sento più sopraffatta; sono presente a ciò che sta accadendo.
L’operazione: è come se la mia vita fosse andata fuori binario
Da quel momento in poi, tutto si sussegue molto velocemente. Mi preparano per l’operazione; mia sorella è lì, mi pulisce con il betadine. C’è un gran viavai intorno a me, nonostante sia sabato mattina, un momento in cui il personale è ridotto. Quando mi sveglio, mi ritrovo in un’altra realtà. Ho dei drenaggi, sono collegata a dispositivi che mi impediscono di muovermi: sono inchiodata al letto e non posso nemmeno alzarmi per andare in bagno. Sono completamente dipendente dagli altri.
Mi chiedo: «Ma com’è possibile?»
Solo il giorno prima ero ancora in piedi, a lavorare, a vivere normalmente; e ora eccomi qui, sdraiata, immobile, a fissare il soffitto. È uno shock, una rottura totale con la mia vita di prima. Scopro una forma di solitudine che non avevo mai provato nella mia vita da adulta. La mattina non ci sono visite: sono sola con me stessa. All’inizio mi rifiuto di accettare questa realtà. Mi dico che è solo un incidente, che mi curerò in fretta e riprenderò la mia vita di prima. Mi dico: «Risolvo questa cosa e torno a Londra.»
Questa è la mia prima reazione: voglio tornare alla normalità, non voglio che questa malattia mi sconvolga la vita.
La possibilità di morire in sei mesi
Ma capisco subito che non sarà così semplice. Si apre un percorso terapeutico lungo, incerto e impegnativo. Mi parlano di diversi mesi di cure, di chemioterapie molto pesanti e, soprattutto, di un esito che non è garantito. Mi dicono chiaramente che o reagisco, o non reagisco. In ogni caso, tra sei mesi lo sapremo. In pratica, questo significa che la morte entra a far parte delle possibilità.
All’inizio non la prendo proprio sul serio. Mi dico che non è possibile, che non può succedere proprio a me. Sono sempre stata una persona determinata e, nella mia vita, ho sempre avuto l’impressione che quando volevo qualcosa, la ottenevo. Quindi mi dico che ce la farò, che resisterò, che avrò la situazione sotto controllo. Ma questa certezza non dura a lungo.
La diagnosi, l’intervento, l’inizio della chemioterapia. Non ho tempo per riflettere. Poi, con le cure, il ritmo cambia. La stanchezza prende il sopravvento. E anche il dolore. Ed è lì che comincio a rendermi conto della realtà. La morte non è più un’idea astratta.
La chemioterapia: una scuola dell’imprevisto
Iniziano le chemioterapie e, con esse, un’altra forma di prova. Non sono solo cure, sono trattamenti molto pesanti, molto estenuanti, che invadono tutto il corpo e tutta la vita di tutti i giorni. Soffro tutti gli effetti collaterali. La stanchezza, i dolori, la nausea… una nausea quasi continua, come i postumi di una sbornia che dura diversi giorni e che rende difficile pensare, concentrarsi, o anche solo essere presente.
A un certo punto mi dico: «Così non ce la farò mai». So che questa situazione durerà mesi e non vedo come potrò resistere in queste condizioni. Il ritmo è imprevedibile. Alcune sedute di chemioterapia si fanno in regime ambulatoriale, ma sono così intense che torno regolarmente in ospedale. Entro senza sapere quando ne uscirò. Tutto diventa incerto, instabile, dipende da come mi sento in quel momento. Non ho più il controllo su nulla, è davvero una scuola dell’imprevisto.
Fin dall’inizio, c’è qualcosa che mi spinge avanti. Non so spiegarlo in altro modo. Mi dico che questa è la mia strada. Mi dico che ora che ci sono, devo andare avanti. E soprattutto, mi dico che il buon Dio è buono. Lo chiamo così: il buon Dio. Non parlo ancora di Gesù, non ho ancora una fede ben definita, ma ho questa convinzione: lui è buono. E questo mi dà forza.
Dio si manifesta attraverso gli altri
Sto scoprendo anche qualcosa di molto concreto: Dio passa attraverso gli altri. I gesti, le attenzioni, le parole, a volte molto semplici, assumono un’importanza immensa. Ci sono infermiere, operatori sanitari, persone care, a volte persino persone che non conosco, che fanno un gesto, dicono una parola, sono lì. Mi rendo conto che, anche quando tutto sembra andare a pezzi, c’è sempre qualcuno che, prima o poi, arriva per sostenermi, donarmi qualcosa, aiutarmi. Diventa evidente: non sono sola. Questo mi segna profondamente.
La vulnerabilità diventa un luogo di trasformazione
Prima ero una che sosteneva gli altri. Ero forte, autonoma, sempre in piedi. Ora, invece, è tutto il contrario. Sono dipendente. Non riesco nemmeno ad andare in bagno da sola. Mi lavano, mi aiutano, mi sostengono nei gesti più intimi. È un’esperienza davvero forte. Sto scoprendo una vulnerabilità radicale. Ma sto anche scoprendo che posso lasciare che gli altri mi si avvicinino, mi tocchino, mi aiutino. E questo cambia tutto.
Il rapporto con il tempo e con la vita cambia
In questo periodo, il tempo non esiste più allo stesso modo. Di notte non dormo e di giorno soffro. Non ho più un ritmo regolare, è una forma di sopravvivenza. Eppure, in mezzo a tutto questo, qualcosa sta cambiando. Le piccole cose assumono un valore immenso. Guardo un fiore. Lo trovo magnifico. Vedo la vita dove prima non la vedevo. Mi dico: «Forse non rivedrò mai più il mare, né la montagna». E così mi rendo conto della bellezza di ogni cosa.
Il desiderio diventa un punto d’appoggio
Sto scoprendo una cosa molto concreta: il desiderio mi fa vivere. Non ho più il controllo sulla mia giornata, sul mio corpo, sulle cure. Ma posso ancora desiderare.
Ogni giorno mi faccio una domanda: «Cosa mi va di fare oggi?»
Può sembrare semplice, ma in realtà è un percorso profondo. Sto reimparando a sentire, ad assaporare, a scegliere. Il cibo diventa un elemento importante. Non sopporto i pasti dell’ospedale. Sono insipidi. Così chiedo alle persone che vengono a trovarmi di portarmi qualcosa da mangiare. Sostituisco i vassoi dell’ospedale con quello che mi portano. È un modo per riprendere contatto con la vita.
Un incontro con Dio: «Non ho niente da perdere.»
In questa prova, incontro Dio interiormente quasi subito. All’inizio non avviene attraverso le parole, né tramite una riflessione intellettuale. È un’esperienza. Sento che Lui è lì. Sento che è buono. Sento che mi sta accanto. Potrei essere arrabbiata. Potrei ribellarmi. Ma non è quello che succede. Si instaura una pace, proprio nel cuore della sofferenza. A un certo punto, la sofferenza diventa troppo forte. Le cure sono estremamente pesanti. Mi dico: «La guarigione non vale tutta questa sofferenza. » Comincio a pensare di interrompere le cure. So che questo significa morire. Lo so chiaramente. Mi prendo il tempo per riflettere. Non posso decidere una cosa del genere alla leggera. Ed è lì che c’è un faccia a faccia con Dio.
Gli dico: «Non ho niente da perdere.»
Sono pronta ad andarmene. Non sto dicendo che voglio morire subito. So che ci vorrà del tempo, che sarà difficile. Ma mi sto preparando interiormente a questa possibilità.
Lascio andare tutto.
La mia vita.
La mia morte.
I miei progetti, tutto.
Ed è proprio lì che succede qualcosa. Dal momento in cui mi lascio andare, sento che non sono più sola a portare questo peso. C’è qualcuno che lo porta con me. Provo una sensazione di pace. Provo una gioia. E questo, proprio nel cuore della sofferenza. Scopro che questa gioia esiste, anche nelle situazioni più difficili.
Dopo la malattia: un lungo periodo di vuoto e una ricostruzione interiore
In poco tempo, le cure iniziano a dare i loro frutti. Mi fanno una TAC di controllo, soprattutto perché ho la febbre. E lì si vede che i linfonodi si sono ridotti di oltre il 50%. I medici parlano di risultati «spettacolari». Ma io non mi faccio prendere troppo dall’entusiasmo. So bene che vincere una battaglia non significa vincere la guerra. Accolgo questa notizia in modo positivo, ma senza farmi rassicurare del tutto. Tanto più che le cure continuano. E stanno diventando anche più difficili. Sto sempre peggio. Le chemioterapie si susseguono una dopo l’altra. Ho protocolli molto pesanti, con diversi farmaci, per periodi molto lunghi. Esco dalle sedute incapace di camminare. Lo vivo come una sorta di accanimento, anche se so che è necessario.
Un altro modo di vivere
Finirò la chemioterapia proprio prima di Natale. Questo periodo assume un significato completamente diverso. Ma in realtà, il cambiamento è iniziato molto prima. Fin dall’inizio della malattia, tutto è cambiato. Le cose più semplici assumono un valore immenso. Ricordo quei piccoli fiori che spuntavano nel cortile dell’ospedale, tra le lastre di cemento. Li trovavo bellissimi. Mi meravigliavo di cose che prima non notavo nemmeno. Mi rendo conto che potrei non rivedere più né il mare né la montagna. Questo mi colpisce profondamente. Faccio una promessa a me stessa: un giorno andrò a vivere in campagna, in riva al mare, in montagna. Oggi, l’ho fatto davvero.
All’inizio penso che tornerò alla mia vita di prima. Mi dico che mi prenderò un po’ di riposo, poi ripartirò. Un mese. Poi due mesi. Poi tre. E poi capisco che non è possibile.
Mi dico: «Mi servono cinque anni. »
Capisco che sta succedendo qualcosa di molto più profondo.
«Cosa mi va di fare?»
Durante la malattia, ho scoperto che ciò che mi teneva in vita era il desiderio. Vivevo attraverso i miei sensi. Sentire un profumo, vedere qualcosa di bello, assaporare un cibo, percepire una presenza. Tutto passava da lì. Mi rendo conto che è un modo per reimparare a vivere. Sto reimparando a desiderare. E questo percorso continua ancora oggi. Mi chiedo spesso: «Di cosa ho voglia?» È diventata una cosa naturale.
Dopo le cure, mi sento molto stanca. Mi sento persa. Lavoro ancora come dipendente, ma non so più bene dove sto andando. Non torno subito al lavoro. Resto a Parigi. Mi faccio un sacco di domande. Sono ancora molto fragile, sia fisicamente che psicologicamente. Descrivo questo stato con un’immagine forte: mi sento come Aleppo dopo i bombardamenti. È tutto distrutto. Vago in un paesaggio interiore in rovina.
A poco a poco, nasce in me un desiderio: andare a vivere nella natura. Non so esattamente come succederà, ma la strada si sta aprendo. Vado avanti. Mi allontano gradualmente dal mondo che conoscevo. Prendo le distanze dalla mia famiglia, dai miei amici, da tutto ciò che costituiva la mia vita di prima.
Il deserto: quattro o cinque anni di trasformazione
Questo periodo dura diversi anni. Da quattro a cinque anni. Vivo una sorta di deserto. Mi allontano dal mondo. Percorro un cammino interiore molto profondo. È una trasformazione totale. Le mie fondamenta interiori cambiano. Faccio degli incontri. Scopro un rapporto con Dio. L’avevo incontrato durante la malattia. In quel momento, comincio a familiarizzare con questo rapporto. Sì, vivo da sola. Ma non è una solitudine vuota. È una solitudine abitata. Mi chiedono spesso come ci sia riuscita. Eppure, avevo una gioia nel cuore. Una gioia vera. Mi sentivo appagata. Vivo un’esperienza che mi supera. Parlo di grazia.
La mancanza di grazia: una svolta
Poi, a un certo punto, qualcosa cambia. Quella gioia svanisce. Mi sento di nuovo giù di morale. Sento che quello non è più il mio posto. Capisco che quel periodo sta volgendo al termine.
In questo percorso, un incontro è stato fondamentale. Un prete. Mi sta accanto. Diventa per me una figura paterna. Un padre spirituale. Mi accoglie, mi ascolta, mi accompagna. Attraverso di lui, faccio l’esperienza di un amore molto concreto. Capisco che Dio si manifesta anche attraverso questa relazione.
Ritorno alla realtà
Dopo questi anni di isolamento, sto tornando gradualmente alla vita di sempre. Ma non sono più la stessa. Dentro di me, è cambiato tutto. Fuori, invece, devo reimparare tutto da capo: i rapporti, le abitudini, i comportamenti. Sto ritrovando una vita, ma devo adattare un sacco di cose. È difficile. Mi rendo conto che quel periodo è stato una parentesi. Un’esperienza a sé stante. Qualcosa di straordinario. Ma ora devo tornare alla realtà.
La questione della vocazione
A un certo punto, mi sono chiesta se la vita religiosa facesse per me. Ho cercato di capire. Ma ben presto mi è stato detto che quella non era la mia strada. Sono rimasta sorpresa. Ma col senno di poi, capisco che il mio posto è nel mondo. Oggi ho trovato un equilibrio. Sono nel mondo. Ma ho bisogno di ritirarmi regolarmente. Torno nel mio «eremo». Questo posto è diventato il mio rifugio. Il mio luogo di rinascita. Capisco che anche Gesù viveva così: stare nel mondo, poi ritirarsi. Questo mi rassicura profondamente.
I risultati di questa prova
Non capire… fidarsi.
Ancora oggi posso dire che non sempre capisco cosa Dio stia facendo nella mia vita. Gli ho detto spesso: «Non capisco il tuo piano. » E allo stesso tempo mi rendo conto che forse non è necessario capire tutto. Col senno di poi, vedo che la mia vita è come un puzzle. I pezzi arrivano senza che io sappia perché. A volte ci sono dei buchi. A volte spunta fuori qualcosa che va a completare ciò che mancava. Capisco che c’è una sorta di provvidenza. Questo richiede fiducia. Richiede anche di lasciarsi andare.
Lasciarsi andare: un’esperienza fondamentale
La malattia mi ha insegnato che potevo vivere qualcosa di davvero inaspettato… e trovarci della gioia. Questo non vuol dire che sia facile. Ma ho scoperto che quando lascio andare, succede qualcosa. Quando ho lasciato andare la mia vita, la mia morte, i miei progetti, ho sentito che non ero più sola a portare quel peso. Qualcuno lo portava insieme a me. Da allora, vedo che succede di nuovo. Una volta che hai lasciato andare tutto per la prima volta, è più facile ricominciare.
La disponibilità e il silenzio
Per vivere tutto questo, bisogna essere disponibili. E la disponibilità passa attraverso il silenzio. Il silenzio non arriva da solo. Bisogna sceglierlo. Bisogna pianificarlo. Altrimenti, si riempie tutto: con schermi, progetti, rumore. Oggi ho bisogno di silenzio. Anche quando torno a casa a Parigi, non riesco a guardare un film o ad ascoltare qualcosa. Ho bisogno di fermarmi un attimo.
La preghiera come fondamento
La preghiera è diventata un punto fermo. Assume forme diverse. Non significa per forza pregare tutto il giorno, ma vivere in contatto con Dio. Iniziare la giornata con un momento di silenzio, di preghiera, cambia tutto. Apre il cuore. Ti rende pronto per quello che succederà durante la giornata. Una parola, un incontro, un evento. La preghiera nutre. E rassicura anche. Perché affidare la propria vita a Dio è una scommessa. E perché questa scommessa vada a buon fine, bisogna restare vicini a Dio.
Il momento della scelta radicale
Ripenso spesso a quel momento in cui ho pensato di smettere le cure. La sofferenza era troppo forte. Mi sono detta che la guarigione non valeva quel prezzo. Ho davvero pensato di morire. Mi sono preparata interiormente a questa eventualità. Sapevo che non sarebbe successo subito. Sapevo che sarebbe stato un percorso difficile. Ma ho accettato questa possibilità. Ed è lì che tutto è cambiato.
Il lutto: una chiave per capire la vita
Oggi vedo la vita come una serie di lutti. Abbiamo delle idee su come dovrebbe essere la nostra vita. E molto spesso le cose non vanno come previsto. Il lutto è accettare tutto questo. È la fine di un progetto umano. E l’inizio di qualcos’altro. Per me è come l’inizio di una nuova vita. Col tempo, ci si abitua. Si impara ad avere fiducia.
Rinunciare all’onnipotenza
Rinuncio all’idea di voler controllare tutto. Ma, paradossalmente, ricevo qualcos’altro. Dio viene a soddisfare i miei desideri, ma in modo diverso. In un modo più ampio, più profondo. È lì che nasce una gioia vera. E questo rende più facili le rinunce.
Un messaggio per chi sta cercando
Se dovessi dire qualcosa ai giovani oggi, direi questo: l’ambizione e il successo non sono cose negative. Ma non a qualsiasi prezzo. Quello che conta è l’integrità interiore. Perché alla fine ci ritroviamo da soli davanti a Dio. E lì non ci sono più gli sguardi degli altri, né le pressioni esterne. Rimane solo ciò che abbiamo fatto della nostra vita. L’amore: una realtà concreta
Oggi l’amore assume tante forme nella mia vita. C’è l’amore di Dio. Lo percepisco come immenso. Ma lo scopro soprattutto attraverso gli altri. L’amore di chi mi sta vicino. L’amore per il prossimo. L’amore per il lavoro, quando ha un senso. L’amore per il creato. La natura occupa un posto importante per me.
Il discernimento non avviene all’istante. Passa attraverso la preghiera, il tempo, gli eventi. A volte lo capisci solo dopo. A volte un’occasione se ne va… e non era quella giusta. Bisogna accettarlo.
I frutti della prova
Oggi vedo diversi aspetti positivi in questa prova. Innanzitutto, una maggiore empatia. Aver sofferto, aver conosciuto la solitudine, mi ha avvicinata agli altri. Poi, la libertà. Faccio di più ciò che è giusto per me. Non cerco più di rientrare in uno schema prestabilito. Infine, la fede. Si è rafforzata proprio durante questa prova.
Il Salmo 22
Il Salmo 22 mi è particolarmente caro.
Lo ripeto spesso, soprattutto nei momenti difficili:
Il Signore è il mio pastore:
non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro
mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa
sotto gli occhi dei miei nemici;
cospargi di olio il mio capo.
Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne
tutti i giorni della mia vita,
e abiterò nella casa del Signore
per lunghissimi anni.
Ogni trimestre, interviste approfondite, storie di vita, reportage e riflessioni per scoprire e alimentare la fede e la speranza.
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