Mi stanno aspettando?

Ci aspettano in Paradiso, e chi ci aspetta? Suor Cécile e don Stéphane Pélissier affrontano questa domanda da due punti di vista complementari. Una parla della speranza di ritrovare i nostri cari defunti; l’altro mostra che Dio non solo ci aspetta: ci «spera». Due punti di vista per far luce sulla stessa speranza cristiana.

Mi stanno aspettando?

A questa domanda, che a prima vista sembra banale, la risposta non è scontata, perché è sempre un po’ delicato attribuire a Dio i sentimenti e gli atteggiamenti degli uomini.

Allora, mi aspetteranno in paradiso e, soprattutto, chi mi aspetterà?

L’eternità di Dio non è di per sé compatibile con la realtà del tempo, eppure il tempo e l’attesa sembrano legati in modo essenziale. Dio non sembra interessato né al tempo né all’attesa: «Per il Signore, un solo giorno è come mille anni, e mille anni sono come un solo giorno» (2ª lettera di Pietro 3,8, riprendendo il Salmo 90,4).

Seguendo le orme del filosofo Spinoza, lo scrittore Henri Gougaud scriverà addirittura in un romanzo sui Catari: «Dio non si aspetta nulla da noi» (L’Expédition, 1991).

Nell’eternità, però, c’è comunque un concetto di attesa: prima della morte e della risurrezione di Gesù, tutti i giusti che lo avevano preceduto erano in attesa dell’atto redentore di Cristo. Allo stesso modo, «le anime del Purgatorio subiscono dopo la morte una purificazione, per ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo» (CCC n. 1030), il che implica un’attesa della Beatitudine.

Quando preghiamo per i defunti, preghiamo anche per tutti i morti le cui anime attendono di poter raggiungere il Signore.

Aggiungiamo anche che l’anima che è già nella contemplazione di Dio non per questo smette di essere «in attesa di ricongiungersi al proprio corpo glorificato» (CCC n. 997).

Siamo «pieni di speranza»

Per approfondire la nostra risposta, tuffiamoci nel Vangelo: nella parabola del Figliol prodigo, il padre aspetta, sta all’erta per il ritorno del figlio minore, arriva persino a correre e a «gettargli le braccia al collo» (Luca 15,20). È anche il padrone di casa che non smette mai di invitare tutti a partecipare alle nozze di suo figlio (Matteo 22, 2-10) e manda i suoi servi a invitare i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi (Luca 14, 21-23). Con questa parabola, Gesù spiega il desiderio del Padre di offrire a ogni uomo la possibilità di condividere questa gloria eterna; nella sua preghiera sacerdotale, fa propria questa volontà: «Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» (Giovanni 17,24), promettendoci al contempo un posto: «Quando sarò andato ae vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi porterò con me, affinché siate anche voi dove sono io» (Giovanni 14,3). Questo posto accanto a Lui dipende interamente dall’iniziativa gratuita di Dio, perché solo Lui può donarsi. Supera le capacità dell’intelligenza e le forze della volontà umana, come di ogni creatura. Siamo quindi attesi, anzi… siamo «sperati».

E che dire di quelli che ci hanno preceduto? Anche in questo caso, ascoltiamo Cristo: «C’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte» (Luca 15,10). Non dubitiamo che questa gioia valga anche per tutti i santi!

— Don Stéphane Pélissier (articolo pubblicato sulla rivista *Chemin d’éternité* n. 318)

Mi stanno aspettando?

La morte ci fa sempre riflettere perché ci mette di fronte all’ignoto: c’è davvero qualcosa dopo? Ritroverò i miei cari? E mi stanno aspettando? Gli atei diranno che non c’è nulla, solo il nulla. Ma la fede cristiana, al contrario, apre le porte a una prospettiva completamente diversa…

Gesù dice: «Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore […] Io vado a prepararvi un posto. E quando sarò andato a prepararvi un posto, tornerò e vi porterò con me, affinché dove sono io, siate anche voi. » (Gv 14, 2-3). «Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, e che vedano la mia gloria. » (Gv 17, 24) In questa prospettiva, san Giovanni Paolo II diceva: «La vita terrena è un immenso ritorno alla casa del Padre.»

Se il Padre ci aspetta «sulla soglia della sua casa» (come dice un canto che si canta ai funerali), anche Gesù ha detto che «molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a tavola con Abramo, Isacco e Giacobbe nel Regno dei Cieli. » (Mt 8, 11) Questa moltitudine di eletti descritta nel libro dell’Apocalisse (Ap 7, 9) sarà composta dalla Vergine Maria, dagli angeli e dai santi di tutti i tempi e di tutte le nazioni, quindi ovviamente anche dai nostri cari che ci hanno lasciato. Ma come farò a ritrovare i miei cari in mezzo a questa folla innumerevole? Mi aspetteranno al mio arrivo? Ci sarà un comitato di benvenuto?

Anche se non sappiamo bene come sarà questo ricongiungimento, ci sono molti indizi che ci fanno pensare che il Cielo non lasci spazio all’anonimato o all’oblio. Già nei primi secoli della Chiesa, san Cipriano di Cartagine (III secolo ) scriveva:

«Lì ci aspettano tantissimi nostri cari; una folla immensa di genitori, fratelli e figli non vede l’ora che arriviamo.»

«Sono già certi della propria immortalità eppure sono ancora preoccupati per la nostra salvezza. Che gioia per loro e per noi arrivare al loro cospetto e abbracciarli!» Santa Teresa del Bambino Gesù scriveva: «Non posso fare a meno di pensare con tenerezza ai miei fratellini e alle mie sorelline che mi aspettano in Paradiso…» La tradizione cattolica ci invita quindi a questa speranza che i nostri cari ci stiano aspettando, ma la forma di questo ricongiungimento va oltre la nostra immaginazione terrena. L’amore sarà completamente purificato dalla visione di Dio. Ci riconosceremo nell’amore e nella verità di ciò che siamo attraverso lo sguardo luminoso di Dio, uno sguardo pieno di meraviglia.

Suor Cécile (articolo pubblicato sulla rivista *Chemin d’éternité* n. 328)

Non sprechiamo le nostre energie rimanendo per anni e anni ancorati al passato. Più viviamo bene su questa terra, più grande sarà la felicità che potremo condividere con i nostri cari in cielo. Più riusciremo a maturare e a crescere, più potremo portare loro cose belle al banchetto celeste.

Papa Francesco, *La gioia dell’amore*, n. 258

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