Maria, Madre della speranza

Monsignor Roger HOUNGBÉDJI, arcivescovo di Cotonou, approfondisce il tema “Maria, madre della speranza”. Omelia tenuta in occasione della solennità dell’Assunzione del 2026 al santuario di Notre-Dame di Montligeon.

Orazione del 15 agosto 2026 di Monsignor Roger HOUNGBÉDJI

Maria, Madre della speranza

Cari pellegrini, cari fratelli e sorelle in Cristo,

In questa solennità dell’Assunzione, sono felice di essere qui con voi in questo luogo di grande spiritualità, dedicato alla preghiera per i defunti, per rafforzarvi nella fede e condividere con voi alcune riflessioni. Il tema proposto per la nostra meditazione è questo: «Maria, madre della speranza ». Il Giubileo del 2025 ci aveva permesso di meditare a lungo sul tema della speranza, che è uno dei pilastri fondamentali della nostra fede cristiana. In quell’occasione, Papa Francesco ci invitava a metterci in cammino nella fede come «pellegrini della speranza», chiamati a ravvivare la nostra fede e a non cedere mai alla disperazione, ma piuttosto ad affidarci a Dio, che non abbandona mai chi confida in Lui.

Questo invito alla speranza ha un significato speciale in questo luogo dedicato alla commemorazione dei defunti. Se il mistero della morte e della risurrezione di Cristo è il fondamento della speranza cristiana, in che modo Maria (di cui oggi celebriamo l’Assunzione) può essere definita Madre e modello di speranza?

Affronteremo questo tema in due fasi. Per prima cosa, ci chiederemo quale sia il significato della speranza nella Bibbia (Antico e Nuovo Testamento). Cercheremo di capire le radici del tema della speranza nell’Antico e nel Nuovo Testamento, con tutto il significato teologico che racchiude. In una seconda fase vedremo perché Maria, il nostro modello, può essere definita Madre della speranza. Il nostro studio qui si concentrerà in modo specifico sui testi del Nuovo Testamento.

Significato biblico e teologico del tema della speranza

Il tema della speranza attraversa tutta la Scrittura come un filo d’oro che collega le diverse tappe della storia della salvezza. Dalla promessa fatta ad Abramo fino al grido finale dell’Apocalisse – « Amen! Vieni, Signore Gesù! » (Ap 22,20) –, la Bibbia racconta la storia di un popolo che impara a vivere non con le proprie forze, ma grazie alla fedeltà di Dio. Tutta la Scrittura è quindi permeata dalla pedagogia della speranza.

Già nell’Antico Testamento, l’esperienza di Abramo, che obbedisce a Dio solo sulla base delle sue promesse, rivela non solo la fede di quest’uomo, ma anche la sua speranza. Nella storia dell’Esodo, dal grido degli ebrei ridotti in schiavitù fino alla marcia nel deserto scandita dalle infedeltà del popolo e dal perdono sempre rinnovato di Dio, il tema della speranza viene fortemente messo in luce. I Salmi, dal canto loro, sono uno dei libri dell’Antico Testamento in cui la speranza è maggiormente sottolineata: « Spera nel Signore, sii forte e prendi coraggio; spera nel Signore» (Sal 27 (26), 14).[1]Infine, i profeti, soprattutto nei momenti di prova, insisteranno con forza sulla speranza della salvezza.


[1]Spera nel Signore, sii forte e fa’ che il tuo cuore si rafforzi, e spera nel Signore (qawwêh ʾel-YHWH, ḥăzaq weyaʾămēṣ libbekā, weqawwêh ʾel-YHWH.)

Eppure, nonostante questo tema ricorra spesso, non viene mai concettualizzato con un unico termine, almeno non nell’Antico Testamento. Così, nell’Antico Testamento, la speranza si esprime attraverso una ricca serie di verbi che sottolineano l’atteggiamento di radicale dipendenza del credente nei confronti di Dio. Tra i più importanti ricordiamo i verbi:

קָוָה (qāwâ), che significa «aspettare con fiducia», «sperare» o «rimanere in un’attesa perseverante» (cfr. Sal 25,3.5; 27,14; 37,9; Is 40,31; 49,23); è il verbo usato nel Salmo che abbiamo appena citato: spera nel Signore… ( Sal 27);

יָחַל (yāḥal), che evoca l’attesa paziente e perseverante fondata sulla fedeltà di Dio (cfr. Gn 8,10.12: l’atteggiamento di Noè in attesa che le acque si abbassino; Giobbe 13,15: Giobbe ripone tutta la sua speranza in Dio; Sal 31,25; 33,18; 130,5-7; Lam 3,21.24.26);

בָּטַח (bāṭaḥ), che esprime soprattutto fiducia, assenza di preoccupazione, sicurezza e abbandono fiducioso nelle mani del Signore (cfr. Sal 4,6; 9,11; 22,5-6; 56,4; Is 26,3-4; Ger 17,7); è il verbo usato nel famoso passo di Ger 17,7: «Beato l’uomo che ripone la sua fiducia nel Signore…»

חָסָה (ḥāsâ), che significa «cercare rifugio», «mettersi sotto la protezione di Dio», sottolineando così la dimensione esistenziale della speranza come abbandono alla provvidenza divina (cfr. Rt 2,12; Sal 2,12; 5,12; 7,2; 16,1; 34,9; 57,2; 91,4; Is 14,32).

L’assenza di un termine unico, soprattutto nell’Antico Testamento, lungi dall’essere un problema, è un segnale teologico forte: indica che la speranza non è un concetto astratto, ma un’esperienza concreta espressa in vari modi. Nasce principalmente dal ricordo di ciò che Dio ha fatto, che testimonia la sua fedeltà e fonda la fiducia del credente. Di conseguenza, la speranza biblica non nasce innanzitutto da una proiezione ottimistica sul futuro. Si radica piuttosto nella memoria delle opere di Dio. In altre parole, prima ancora di essere un’attesa di ciò che accadrà domani, è innanzitutto una rilettura da credente di ciò che Dio ha compiuto ieri.

Nel nostro contesto moderno, caratterizzato da una fede incrollabile nella scienza e nella prevedibilità della tecnologia, ecco una convinzione che va ribadita. La scienza e la tecnologia, nonostante i loro risultati e la loro capacità di dominare la realtà, possono davvero costituire il fondamento della speranza degli uomini? Rispondere di sì significherebbe ignorare i limiti della scienza e della ragione umana. Ecco perché l’invito alla speranza è spesso associato, nell’Antico Testamento, al verbo זָכַר (zākar), «ricordare», che, dal punto di vista teologico, assume il significato di: rendere presente l’opera salvifica di Dio per trarne la fiducia necessaria ad affrontare il futuro. Si può quindi affermare che la memoria è la matrice della speranza.

  • «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto.» (Dt 8,2)
  • «Ricordati di quello che il Signore tuo Dio fece al Faraone e a tutti gli Egiziani.» (Dt 7,18)
  • «Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani.» (Dt 32,7)
  • «Ricordo le gesta del Signore, ricordo le tue meraviglie di un tempo. Mi vado ripetendo le tue opere.» (Sal 77,12-13)
  • «Ricordate le meraviglie che ha compiuto, i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca.» (Sal 105,5)
  • «Ricordo i giorni antichi, ripenso a tutte le tue opere.» (Sal 143,5)
  • «Questo intendo richiamare alla mia mente, e per questo voglio riprendere la speranza. Le misericordie del Signore non sono finite, non è esaurita la sua compassione; esse son rinnovate ogni mattina, grande è la sua fedeltà! » (Lam 3,21-23)
  • «Io sono il Signore tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù.» (Es 20,2)

Sarebbe interessante dare un’occhiata veloce a un testo dell’Antico Testamento che parla di speranza, senza però soffermarci troppo a lungo. Si tratta del testo di Ez 37, la visione delle ossa disseccate. Il testo è abbastanza noto: leggeremo quindi solo la conclusione.

11 Mi disse: «Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la gente d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: “Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti”. » 12Perciò, profetizza e annuncia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri; vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. 13 Riconoscerete che io sono il SIGNORE quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. 14 Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che il sono il signore. L’ho detto e lo farò – oracolo del SIGNORE».[1]


[1] Bibbia di Gerusalemme, Ez 37,11-14.

Siamo nel drammatico contesto dell’esilio a Babilonia. Che fine hanno fatto le promesse del Signore? La terra promessa è ormai perduta, conquistata e controllata dai pagani, i babilonesi. Gran parte del popolo è in esilio, lontano dalla propria terra. Il tempio del Signore è stato spietatamente distrutto senza che Dio impedisse una simile catastrofe. Il popolo, deluso e disilluso, aveva tutte le ragioni per disperarsi. E Ezechiele lo esprime bene con un’affermazione forte al versetto 11: « La nostra speranza è svanita». La traduzione della TOB sembra attenuare un po’ la forza dell’espressione che, letteralmente, potrebbe essere tradotta: « La nostra speranza è morta, è perduta». [1] Ed è Dio stesso a riferire al profeta questa dichiarazione del popolo: la nostra speranza è morta.


[1] Sander, N. P. – Trenel, I., «אבד», Dizionario ebraico-francese, 2. Smettere di esistere, scomparire, marcire, perire. Vedi anche Koehler, L. – Baumgartner, W. – Richardson, M. E. J. – et al., The Hebrew and Aramaic lexicon of the Old Testament

Ma per ravvivare, per far rinascere la speranza del popolo, quel ricordo verrà di nuovo evocato, anche se il termine non viene usato. C’è in particolare il ricordo della creazione: il Dio che ha creato dal nulla è lo stesso che ricreerà anche dalle ossa ormai secche. C’è l’evocazione del soffio vivificante, la rûaḥ, che infonderà la vita (cfr. Gn 2, 7). Inoltre, i termini «far uscire» e «riportare sulla terra» evocano esplicitamente il ricordo dell’Esodo. E poi c’è questa formula che riassume tutte le meraviglie di Dio e che ricorre come un ritornello: «Io sono il Signore» , perché a questo Nome è associato il ricordo di tante meraviglie. Ecco come Ezechiele descrive la speranza in questo brano. Ecco, in generale, con quali termini viene presentata la speranza nell’Antico Testamento.

Il Nuovo Testamento, invece, usa principalmente il sostantivo ἐλπίς (elpis), «speranza» (cfr. Rm 5,2-5; 8,24-25; 12,12; 15,13; Col 1,27; Tt 2,13; 1 Pt 1,3.21), oltre al verbo ἐλπίζω (elpizō), «sperare», «riporre la propria speranza in» o «avere fiducia» (cfr. Mt 12,21; Lc 6,34-35; Gv 5,45; Rm 15,24; 1 Cor 13,7; 15,19; Fil 2,19; 1 Tm 4,10; 6,17). A questa terminologia fondamentale si aggiungono altre espressioni che arricchiscono la teologia neotestamentaria della speranza, in particolare: «attendere con fiducia» o «accogliere nella speranza» (προσδέχομαι (prosdechomai): cfr. Mc 15,43; Lc 2,25.38; Tt 2,13), oltre al termine «perseveranza», che indica la resistenza del credente sostenuta dalla speranza (ὑπομονή (hypomonē): cfr. Rm 5,3-5; 8,25; 15,4; Gc 1,3-4; Ap 13,10; 14,12).

La speranza annunciata e progressivamente approfondita nel corso dell’Antico Testamento trova il suo pieno compimento nel Nuovo Testamento nella persona di Gesù Cristo. In lui, le promesse di Dio diventano realtà e la speranza di Israele si apre ormai a tutti i popoli. Cristo appare così come il fondamento, il contenuto e il compimento definitivo della speranza cristiana. « La speranza cristiana non è un semplice pio desiderio, ma piuttosto un’attesa fiduciosa, la ferma certezza di cose ancora invisibili e sconosciute (cfr. Rm 8,22-25). In altre parole, la speranza cristiana è l’atteggiamento che ci fa rivolgere radicalmente a Dio. È l’attesa attiva che ci fa rivolgere radicalmente a Dio. È l’attesa attiva di un bene promesso da Dio stesso . »[1]

Nel Nuovo Testamento, dopo Cristo, che è il modello insuperabile di tutte le virtù, c’è un personaggio eccezionale che si presenta come modello di speranza: la Vergine Maria. Ci proponiamo di vedere come Maria sia Madre e modello di speranza attraverso quattro grandi episodi raccontati dai Vangeli: l’Annunciazione, la Presentazione al Tempio, le nozze di Cana e la morte di Gesù sulla croce.


[1] Mons. Roger HOUNGBEDJI, O.P., Lettera pastorale «Nella speranza, salvaguardiamo il creato! » n. 5.

Maria, Madre e modello di speranza nel Nuovo Testamento

Se la figura di Maria viene spesso evocata e presentata come modello, è perché è la più vicina a Cristo, avendo vissuto in prima persona tutti i misteri della vita terrena di Cristo. Inoltre, la figura di Maria è in un certo senso più vicina a noi, perché è una figura interamente umana. Possiamo quindi, accanto a Cristo e dopo di Lui, considerarla un modello di speranza, attraverso alcuni episodi che vale la pena ricordare qui.

L’Annunciazione (Lc 1,26-38)

In questo episodio vediamo come Maria riceve una promessa che va oltre ogni logica umana. Quando chiede spiegazioni all’angelo, probabilmente non capisce granché. L’unica cosa chiara è che la missione viene da Dio e che Dio sarà presente. Senza chiedere prove né garanzie, accoglie la Parola di Dio con totale fiducia; Maria ripone tutta la sua speranza in Dio. Concentriamoci sulle ultime parole di Maria: «Ecco la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola » (v. 38).

Innanzitutto, l’espressione «eccomi» (ben evidenziata nel testo greco: Ιδού) vuole sottolineare l’apertura di Maria: la sua accoglienza, la sua ricettività, la sua disponibilità, la sua offerta, il suo abbandono di fronte all’irruzione improvvisa di Dio nella sua vita. Con il suo «eccomi», Maria accetta volontariamente di donarsi interamente a Dio, qualunque sia il prezzo che tale dono possa costarle. Ciò che conta è l’offerta di tutta la sua persona a un Dio che fino a quel momento aveva considerato come il Tutto, l’Unico necessario, la Verità della sua vita. Nota il carattere volontario della risposta: è in piena libertà che Maria offre la sua vita a Dio come un dono (cfr. Rm 12,1-2). Maria dimostra con il suo «fiat» di essere pienamente disposta a offrire la sua vita «come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio».

Il termine “serva” ( «Sono la serva del Signore ») rafforza ancora di più l’idea di questo dono di sé: è proprio come schiava del Signore (doulê) che si presenta davanti a Dio. Offrendo la sua vita, vuole che questa sia interamente al servizio di Dio (la sua opera di salvezza). Nella tradizione biblica, il titolo di «servo di Dio» indica infatti coloro che Dio ha chiamato per eccellenza alla sua opera di salvezza. Questo dimostra quanto questo titolo si addica a Maria, la cui grandezza viene qui proclamata. Maria accetta quindi di assumere il ruolo di serva – una serva che si impegna volontariamente e liberamente nei confronti di Dio, sull’esempio di Gesù, Figlio di Dio e di Maria – nella collaborazione all’opera di salvezza. Per Maria si tratterà di vivere una totale sottomissione a Dio, una sottomissione che sarà anche quella di Gesù, venuto per servire e non per essere servito. In altre parole, come serva del Signore, Maria assume il ruolo di Madre della speranza nell’attesa della salvezza che deve realizzarsi, ruolo che Gesù svolgerà fino alla morte sulla croce.

Nell’espressione: «Si compia in me secondo la tua parola », Maria riconosce che, pur essendo serva del Signore e collaboratrice dell’opera di salvezza, quest’opera può davvero realizzarsi solo grazie alla potenza di Dio: è Lui l’artefice principale. Da qui l’uso della forma passiva ( «si compia in me »). Ma per Maria, questa potenza di Dio è già all’opera nella parola dell’angelo che lei ha ricevuto. La parola greca rhêma (a cui corrisponde l’ebraico dâbâr) significa sia «parola» sia ciò che essa esprime, cioè l’evento, la cosa. Quando è Dio a parlare, i due significati si identificano completamente, poiché «Egli dice e ciò avviene» (Gn 1,1; Sal 33, 6.9). Questa parola rhêma è caratteristica dei capitoli 1 e 2 di Luca. Così, per Maria, solo la potenza di Dio che risiede nella Parola dell’angelo può realizzare in lei la promessa ricevuta. Lei accetta di collaborare al compimento di questa promessa, ma è Dio solo ad esserne il primo autore, l’agente principale. In che modo quest’ultima parola di Maria, tratta dal testo di Luca, può ispirare la nostra speranza cristiana?

Le parole di Maria sembrano richiamare la nostra attenzione sulla sua capacità di ascoltare la Parola di Dio. In altre parole, Maria è madre e modello di speranza grazie alla sua capacità di ascoltare la Parola di Dio: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 11, 28). Nella nostra vita cristiana, come pellegrini della speranza, l’atteggiamento di Maria ci invita a offrire costantemente a Dio la nostra volontà, affinché si realizzi in noi l’evento (rhêma) contenuto nella parola ricevuta sin dal nostro primo richiamo alla vita cristiana. È in questa parola che si inscrive il nostro progetto di vita, che costituisce la verità alla quale dobbiamo rispondere, secondo il piano di Dio. Maria ci insegna che è proprio come servi del Signore, cioè completamente dipendenti e disposti alla sua grazia (in un’obbedienza che imita quella di Gesù, suo Figlio), che anche noi possiamo rispondere al progetto di Dio (la nostra speranza) inscritto in noi fin dal battesimo. In altre parole, attraverso l’ascolto, dobbiamo, sull’esempio di Maria, spogliarci di noi stessi (dei nostri desideri e progetti personali su Dio) per lasciarci plasmare dalla potenza di Dio che risiede nella sua Parola. Insomma, Maria, come madre e modello di speranza, ci invita a mantenere sempre l’atteggiamento del dono di sé e dell’apertura alla Parola di Dio, proprio come lo ha manifestato lei stessa durante l’Annunciazione.

La salita al tempio (Lc 2, 41-52)

In questo racconto, vorrei soffermarmi in particolare sul dialogo tra Gesù e Maria (vv. 48-49). In questo dialogo si può notare che:

Dal punto di vista di Maria: un’affermazione dei legami di sangue (rapporti familiari) che uniscono il bambino Gesù ai suoi genitori. È proprio in nome di questi legami (o spinti da essi) che Maria e Giuseppe hanno cercato Gesù per tre giorni, tra i loro parenti e conoscenti. Il rimprovero di Maria «figlio mio, perché ci hai fatto questo? » nasce dall’affetto materno che prova per il Bambino Gesù. I legami familiari sembrano così forti che Maria e Giuseppe, non avendo trovato Gesù, erano davvero in preda all’angoscia.

Dal punto di vista di Gesù: ai legami di sangue, egli contrappone un altro legame, quello che lo unisce al Padre. Per Gesù questo legame ha la precedenza su quello che lo unisce a Maria e a Giuseppe: «Non sapete che devo stare nella casa del Padre mio? ».

In effetti, nella sua risposta, Gesù sembra spiegare ai suoi genitori cosa significhi davvero andare a Gerusalemme: il luogo dove ci si occupa delle cose di Dio Padre, il luogo dove si svolgerà anche tutto il dramma del mistero pasquale, il luogo dove, in definitiva, risiede la nostra speranza. Questo viaggio implica una rottura con i legami di sangue e di parentela, legami che potrebbero impedire di essere completamente disponibili al servizio di Dio (cfr. Lc 18, 28-30 // Mc 10, 28-30 // Mt 19, 27-29). Visto che stanno salendo a Gerusalemme, i genitori di Gesù non dovevano cercarlo là dove si affermano i legami di sangue – cercarlo lì avrebbe portato inevitabilmente all’angoscia – ma dovevano piuttosto rivolgersi al luogo in cui si affermano i legami di intimità con Dio. È verso quel luogo che Gesù vuole rimandarli, facendosi cercare da loro. Il viaggio verso Gerusalemme richiede quindi a Maria una rottura con i legami di sangue ed è proprio ciò che lei fece, custodendo fedelmente tutte queste cose (queste parole) nel suo cuore. Ora, custodire la Parola di Dio è il luogo vero dell’ascolto, il luogo dove si vive la vera beatitudine (cfr. Lc 11, 28). Anche se Maria non ha capito subito gli eventi che stavano accadendo, si è lasciata guidare e si è messa alla scuola di suo Figlio. In altre parole, Maria accetta di rompere con la vicinanza dei legami naturali che sembrava mantenere con suo figlio per impegnarsi nella dinamica della fede, dove si gioca l’intimità con Dio, l’identificazione con la Verità che è Cristo.

Nella dinamica della speranza, questa disponibilità di Maria può essere accostata allo spirito di povertà evangelica: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli » (Mt 5, 3). Questa beatitudine richiede infatti un distacco radicale da sé stessi, una rottura con ogni godimento dei beni materiali o dei legami di sangue (attaccamento ai legami di parentela o di affetto) che impedirebbero di dedicarsi alle realtà del Regno di Dio. In altre parole, chi si dedica alle cose di Dio non dovrebbe lasciarsi guidare dall’attaccamento ai beni terreni al punto da perdere di vista le realtà del mondo a venire. È in questa prospettiva che si inserisce la forte esortazione dell’apostolo Paolo: « Ve lo dico, fratelli: il tempo stringe. D’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno; perché passa la scena dei questo mondo! » (1 Cor 7, 29-31). Con la sua povertà di cuore e il suo distacco radicale da ogni godimento dei legami naturali, Maria ci insegna a distaccarci dalle realtà di questo mondo per volgerci verso quelle dell’alto, dove risiede la nostra speranza. In questo, si presenta come una vera madre e modello di speranza.

Le nozze di Cana (Gv 2,1-12)

Ci troviamo di fronte a uno dei brani più difficili, ma anche più commentati, del Vangelo di San Giovanni. Il testo è molto ricco dal punto di vista simbolico e teologico, ma nel nostro studio non ci perderemo nei dettagli che ci allontanerebbero dal nostro argomento. Ci limiteremo semplicemente a mettere in evidenza alcuni aspetti significativi che ci permetteranno di comprendere il ruolo svolto da Maria a Cana e il significato che si può trarre da questo racconto in relazione al tema della speranza.

Prima di tutto, qualche osservazione sul testo. Si notano innegabili collegamenti con il testo di Gv 19, 25-27 (Maria ai piedi della Croce):

  • La presenza di Maria, la madre di Gesù, alla quale lui attribuisce il titolo di «donna», come in Gv 19, 26. Questa parola «donna», che nelle lingue semitiche è un titolo onorifico, evoca, nella prospettiva della storia della salvezza, la Donna, Nuova Eva (Genesi 2), la Donna del capitolo 12 dell’Apocalisse e «l’ora della donna» di Gv 16,21.
  • Il riferimento all’«ora» (in «La mia ora non è ancora giunta») rimanda al momento decisivo di Gesù, la sua morte sulla croce. L’ora di Gesù secondo Giovanni è infatti il momento in cui si compie definitivamente l’opera per cui il Padre lo ha mandato in questo mondo: la vittoria su Satana, sul peccato e sulla morte (cfr. Gv 12, 23-24.27-31-32). È quindi attraverso la sua morte sulla croce che si compie l’opera decisiva di Gesù, che porta alla risurrezione e alla vita.

  • L’acqua trasformata in vino di cui si parla rimanda al simbolismo del sangue e dell’acqua che sgorgarono dal costato di Gesù crocifisso. Sappiamo bene tutto il significato teologico che Giovanni attribuisce a questi due elementi: il sangue è l’Eucaristia (il vino che diventa il sangue di Cristo), e l’acqua è il battesimo; entrambi sgorgano dal costato di Gesù sulla croce e danno origine alla Chiesa (rappresentata dal discepolo prediletto e da Maria ai piedi della croce).

Altre osservazioni importanti che riguardano in particolare la nostra pericope:

La cosa sorprendente di questo testo è che non si fa alcun riferimento agli sposi: Giovanni si limita a nominare Gesù e sua madre e a dire «ci fu uno sposalizio a Cana». Non si dice nulla della sposa e dello sposo, ma tutto sembra concentrarsi piuttosto sui due personaggi principali del racconto, ovvero Gesù e Maria. In senso simbolico, Gesù si presenta infatti come il vero Sposo, nel senso che alla fine è lui a offrire il vino buono, simbolo dell’Amore dell’Alleanza. È proprio di questo vino che si parla nel Cantico dei Cantici: «Il tuo amore è più delizioso del vino» (Ct 1,2); «Celebriamo il tuo amore più del vino» (Ct 1,4); «Com’è delizioso il tuo amore… più del vino» (Ct 4,10). Gesù è quindi lo Sposo che ha il potere di offrire il vino delle nozze messianiche (cfr. Mc 2,22); lui stesso, del resto, si presenta come lo Sposo che viene a stabilire con i suoi un rapporto di intimità (Mc 2,19-20).

Il vino nuovo che Gesù porta è in realtà il suo modo di vivere la sua perfetta intimità con il Padre. È proprio questo modo di vivere che viene a condividere, come Sposo, con quelli che ama.

Inoltre, Maria si presenta come la vera sposa, la sposa fedele (in contrapposizione alla sposa infedele che è Israele: cfr. Os 2; Ez 16, 38). È proprio in quanto sposa fedele che è attenta ai bisogni degli uomini e si affida completamente a suo Figlio (lo Sposo), al quale si affida con fede, senza però intromettersi in ciò che spetta a Dio. Tutto quello che fa notare è: «Non hanno più vino », e nient’altro. Di conseguenza: «Il vero matrimonio, di cui quello di Cana è il simbolo, è la Nuova Alleanza vissuta nei cuori di Gesù e Maria. Non smettono mai di essere presenti l’uno all’altra per compiere insieme la volontà del Padre. Il frutto del loro amore sarà la Chiesa»[1].


[1] P. Léon MARCEL, Uno sguardo su Gesù alla luce di Giovanni, Kinshasa, Paulines, 2003, p. 40.

Un altro punto interessante è la raccomandazione di Maria ai servi: «Qualunque cosa vi dica, fatela ». Questa frase trova un parallelo nella risposta di Maria all’Annunciazione: «Si compia in me secondo la tua parola », il che sottolinea la disponibilità attenta di Maria, la «serva del Signore». È a questa disponibilità verso il Maestro che vuole invitare i servitori. Maria manifesta ancora qui la sua natura di sposa, nel senso che, piena di Spirito Santo, vive con Gesù in una profonda intimità che le permette di nutrirsi della volontà del Padre. Infatti, «la sua reazione è la stessa di quella di Gesù. Lei desidera che Gesù sia riconosciuto dai suoi discepoli e che lo scopo della sua immensa missione sia in qualche modo svelato agli occhi di coloro che già ripongono fiducia in lui»[1]. Con questo invito, Maria indica quindi in cosa deve consistere la fede dei discepoli: riporre una fiducia incrollabile in Gesù, qualunque siano i rischi che corrono: «devono affidarsi senza esitazione alla solidità della parola di Gesù. Bisogna credere, fidarsi e incarnare questa fede nei rischi che si corrono basandosi sulla sua parola. La loro certezza deve spingerli all’azione»[2].


[1] Ibid., p. 44. [2] Ibid., p. 44

Che significato si può trarre da questo racconto per il tema della speranza?

Innanzitutto, Maria ci insegna a diventare vere spose dello Sposo (Cristo), cioè persone capaci, come lei, di entrare in una profonda relazione d’amore con Cristo. Questa relazione d’amore si realizza attraverso l’ascolto e la messa in pratica della Parola di Dio, una messa in pratica che arriva fino al dono totale di sé, a qualunque costo. Entrare in questa relazione di intimità con Cristo ci permette di assaporare il vino dell’Amore, il vino dei tempi messianici che non ha nulla a che vedere con l’acqua di purificazione dell’Antica Alleanza. Questa relazione di intimità con Cristo (il vero Sposo) è il luogo della nostra speranza, la meta definitiva verso cui ci stiamo incamminando.

Diventare vere spose di Cristo ci chiama anche a essere, come Maria, attente ai veri bisogni delle persone del nostro tempo. Grazie all’amore che univa Maria allo Sposo, lei ha saputo cogliere subito i veri bisogni degli invitati alle nozze e ha potuto intercedere per loro presso lo Sposo, che non ha esitato a procurare il vino più prezioso, fonte di una gioia inaspettata. La nostra vocazione cristiana nel mondo consiste principalmente in questa sensibilità verso i bisogni degli uomini e delle donne del nostro tempo, in una compassione per le loro sofferenze e le loro mancanze. Come Maria, dobbiamo, grazie al nostro rapporto d’amore e di intimità con lo Sposo, essere in grado di portare loro il vino nuovo che possa dar loro profondo sollievo e donare loro una nuova vita. È proprio in questo che la nostra vita cristiana potrebbe essere un punto luminoso per le sofferenze del nostro mondo e che potremmo davvero svolgere il ruolo di «sale della terra» e di «luce del mondo» (Mt 5, 13-16). È rimanendo uniti a Cristo, sull’esempio di Maria (la sposa modello in unione con lo Sposo), che possiamo davvero compiere la nostra missione nel mondo.

Maria ai piedi della Croce: (Gv 19,25-27)

Questo racconto di Giovanni ci porta nel momento più cruciale della vita di Gesù: è il momento in cui si è compiuta la kenosis di Gesù, cioè il fatto che si sia svuotato di sé stesso attraverso un’offerta totale della sua vita. I versetti precedenti (vv. 23-24) ci mostrano, attraverso la condivisione delle vesti (gli unici beni che Gesù aveva ancora addosso), fino a che punto si spingesse questa oblazione.

Maria, ai piedi della croce, vivrà nel profondo del suo cuore quel momento doloroso. È il momento in cui si compie in lei la profezia di Simeone: «E anche a te una spada trafiggerà l’anima» (Lc 2, 35). Ai piedi della croce, Maria entra quindi in comunione intimissima con il suo Figlio sofferente, spogliato e povero di tutto. Ma questa comunione con Gesù, nell’ora della sua morte, non mancherà di dare i suoi frutti: è il figlio che viene generato in Maria proprio quando Gesù sta per morire: «Donna, ecco tuo figlio » (vv. 26-27).

Così, sul Calvario, sembra che tutte le promesse stiano crollando. Eppure lei, Maria, sa nel suo cuore che è giunta l’ora. Rimane in piedi accanto al Figlio crocifisso. Forse senza comprendere appieno il mistero che si sta compiendo, persevera nella fedeltà. Diventa così l’immagine della speranza che resiste alla prova e continua a credere anche quando ogni luce sembra essere svanita. Affermando: «Accanto alla croce di Gesù c’era sua madre…» (Gv 19,25), il quarto Vangelo mette a confronto due simboli forti: da un lato Gesù che sembrava impotente, in balia dei suoi avversari, e dall’altro una donna in piedi, che sembrava continuare a credere che non fosse tutto finito, ma che tutto fosse compiuto. È proprio per questo che l’ultima parola di Gesù alla fine di questo episodio fu: «Tutto è compiuto». La speranza non è trionfalismo. È entrare con umiltà nel progetto di Dio, qualunque esso sia.

La Vergine Maria si presenta quindi a noi come madre e modello di speranza, nel senso che per tutta la sua vita ha manifestato una totale donazione di sé a Dio, una donazione che l’ha portata ad accogliere il Verbo di Dio nel suo grembo e a donarlo al mondo. Prendere Maria come modello non significa riprodurre la sua esperienza, copiare ciò che ha vissuto; questo ci sarebbe addirittura impossibile. Si tratta piuttosto di impegnarci personalmente nei confronti di Cristo, in comunione con la sua Passione, la sua morte e la sua risurrezione. Ciò significa che la comunione con la sofferenza e la morte di Cristo conduce inevitabilmente a una vita nuova.

È in questo senso che l’apostolo Paolo afferma:

« Ricordati che Gesù Cristo … è risuscitato dai morti… Se moriamo con lui, vivremo anche con lui. Se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo. Se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà. Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso » (2 Tim 2, 8. 11-13).

Maria, come modello di speranza, è colei che non ha mai sfuggito le conseguenze del suo impegno: ha accompagnato suo Figlio fino ai piedi della croce, ha sempre detto “sì” a Dio, un sì che è segno della sua identificazione con Cristo. Quindi, prendere Maria come modello di speranza significa affrontare la nostra vocazione cristiana rinnovando ogni giorno davanti a Dio il nostro «sì». Questo rinnovamento richiede da parte nostra l’offerta di noi stessi a Dio (cfr. Rm 12, 1-2) per assumerci con fede le sofferenze della nostra vita.

Conclusione

Maria è davvero una Madre e un modello di speranza, perché ci insegna ad ascoltare la Parola di Dio come veri servitori di Dio. In questo senso, ci insegna a vivere in uno spirito di povertà che ci rende capaci di liberarci dalla morsa delle realtà di questo mondo per tendere verso quelle eterne. La vita di profonda intimità con Cristo, da ricercare sempre, è la garanzia di questa liberazione interiore che ci rende pronti a donarci interamente a Dio e ad essere attenti ai veri bisogni degli uomini e delle donne del nostro tempo. Inoltre, attraverso la comunione con la passione e la morte di Gesù sulla croce, Maria ci insegna che è unendoci intimamente alla sofferenza di suo Figlio che possiamo accogliere le sofferenze della nostra vita e vivere come uomini e donne di speranza.

Concludiamo la nostra meditazione rivolgendo lo sguardo a Maria nel Cenacolo (At 1, 14). Il Cenacolo è un altro luogo in cui Maria testimonia davvero la sua speranza davanti ai discepoli ancora titubanti. È presente in mezzo agli Apostoli nell’attesa della Pentecoste. Accompagna la nascita della Chiesa con una preghiera perseverante e fiduciosa. Come un tempo a Nazareth, rimane aperta all’azione dello Spirito e diventa il modello della Chiesa che veglia nella speranza del compimento delle promesse di Cristo.

Diamo un’occhiata un po’ critica a questa frase apparentemente banale e proviamo a calarci nel contesto. Gesù era morto. Tutti erano rimasti sconvolti. Poi lo avevano visto risorto. Era apparso loro e li aveva riempiti di gioia. Poi era salito al cielo. Poi, più nulla. Erano lì, ad aspettare, dato che non aveva dato alcuna indicazione su quando sarebbe arrivato lo Spirito. Poteva essere un momento piuttosto difficile, deprimente: si aspetta all’infinito, senza sapere esattamente quanto durerà l’attesa, né come verrà colmata. Perché Gesù non aveva mai specificato in che modo sarebbe stato donato lo Spirito. E nel frattempo cosa faceva Maria? Luca ce lo dice: «Tutti, questi erano assidui e concordi nella preghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù. » (At 1,14). Sì, come Madre e modello di speranza, Maria ci insegna a essere assidui nella preghiera, nell’attesa che si realizzino le promesse di Dio. Nella sua enciclica *Redemptoris Mater*[1], il santo Papa Giovanni Paolo II la presenta come la donna del «pellegrinaggio della fede», la cui intera vita è segnata da una fiducia incrollabile nelle promesse di Dio, anche quando queste rimangono oscure.

Che possiamo essere, come Maria, uomini e donne radicati nella preghiera, in modo da vivere con incrollabile fiducia l’adempimento delle promesse di Dio.


[1] Giovanni Paolo II, Redemptoris Mater, nn. 14-19.

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