Da qualche decennio, sono pochi i sacerdoti che parlano dell’inferno nelle loro omelie. Il pensiero della Chiesa su questo tema è cambiato? Ne parliamo con padre Joël Guibert, sacerdote della diocesi di Nantes, predicatore di ritiri spirituali e autore di numerosi libri di spiritualità.
L’insegnamento bimillenario della Chiesa rimane immutato riguardo all’inferno. Il Concilio Vaticano II ricorda: «Dobbiamo, seguendo l’ammonimento del Signore, rimanere costantemente vigili per meritare, quando si concluderà l’unico corso della nostra vita terrena, di essere ammessi con Lui alle nozze e annoverati tra i beati di Dio, invece di essere, come servi cattivi e pigri, allontanati per ordine di Dio verso il fuoco eterno, verso quelle tenebre esterne dove ci saranno pianti e stridore di denti».
Per conoscere le linee generali dell’insegnamento della Chiesa sull’inferno, non c’è niente di meglio che immergersi nel Catechismo della Chiesa Cattolica:
Gesù parla del fuoco dell’inferno che non si spegne mai. La Chiesa non ha inventato la dottrina dell’inferno per giocare sulla paura e controllare meglio le coscienze. Affermando la possibilità dell’inferno, la Chiesa non fa altro che riprendere le parole di Cristo:
«Gesù parla spesso della “Geenna” e del “fuoco che non si spegne”, riservati a chi, fino alla fine della propria vita, rifiuta di credere e di convertirsi, e dove possono andare perduti sia l’anima che il corpo. » (CCC 1034).
Per Gesù, la libertà umana non è un guscio vuoto. I teologi che sostengono che l’inferno non esista vogliono sembrare molto moderni, ma trascurano un «assoluto» della modernità a cui si richiamano: la grandezza della libertà umana. L’amore di Dio è così rispettoso nei confronti dell’uomo che non gli dice: «Uomo, sei obbligato ad amarmi a tua volta!», ma piuttosto gli suggerisce: «Uomo, ti amo così tanto che ti lascio totalmente libero di amarmi a tua volta! » Rileggiamo il Catechismo:
«Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo.» (CCC 1033).
«Le affermazioni della Sacra Scrittura e gli insegnamenti della Chiesa riguardanti l’inferno sono un appello alla responsabilità con la quale l’uomo deve usare la propria libertà in vista del proprio destino eterno. Costituiscono nello stesso tempo un pressante appello alla conversione: “Entrate per la porta stretta”». (CCC 1036). Il senso di vertigine che proviamo al pensiero dell’inferno è lo stesso che dovremmo provare di fronte alla nostra stessa libertà: «Dove sono io, lì c’è la mia libera volontà, e dove c’è la mia libera volontà, l’inferno assoluto ed eterno è in potenza», dice Marcel Jouhandeau in*Algebra dei valori morali*.
Per Gesù, i comportamenti che teniamo sulla terra possono portare alla nostra “prigionia” eterna. La nostra libertà si concretizza proprio attraverso le azioni umane. Alcuni comportamenti possono rafforzare il nostro rapporto con Dio, mentre altri possono separarci definitivamente da Lui, se non ce ne pentiamo prima di morire. L’insegnamento della Chiesa è molto chiaro su questo punto: «Non possiamo amare Dio se pecchiamo gravemente contro di Lui […] Morire in peccato mortale senza essersene pentiti e senza accogliere l’amore misericordioso di Dio, significa rimanere separati per sempre da Lui per nostra libera scelta. Ed è questo stato di definitiva auto-esclusione dalla comunione con Dio e con i beati che viene designato con la parola “inferno”». (CCC 1033).
Secondo Gesù, l’inferno è eterno. Un’eresia dei primi secoli sta riemergendo oggi tra alcuni credenti:l’apocatastasi. Secondo questo errore, l’inferno sarebbe solo provvisorio: alla fine del mondo, Dio sarebbe così misericordioso da distruggere questo inferno temporaneo, salvando così i demoni e i dannati dalla condanna eterna. Non è quello che dice il Catechismo:
«L’insegnamento della Chiesa afferma l’esistenza dell ’inferno e la sua eternità.» (CCC 1035).
Il motivo principale che giustifica l’eternità dell’inferno sta proprio nella natura stessa del peccato mortale che vi conduce e che consiste in una libera scelta di allontanarsi definitivamente da Dio: «Il peccato mortale è una possibilità radicale della libertà umana, come lo stesso amore. […] Se non è riscattato dal pentimento e dal perdono di Dio, provoca l’esclusione dal Regno di Cristo e la morte eterna dell’inferno; infatti la nostra libertà ha il potere di fare scelte definitive, irreversibili.» (CCC 1861).
Gesù non predestina alcuni all’inferno e altri al paradiso. Quante false immagini di Dio rimangono nascoste nell’«inconscio» dei credenti! «L’uomo tentato dal diavolo ha lasciato spegnere nel suo cuore la fiducia nei confronti del suo Creatore […]. Hanno paura di quel Dio di cui si sono fatti una falsa immagine.» (CCC 397 e 399). Così alcuni si immaginano che Dio abbia dei «preferiti» che avrebbe predestinato da tutta l’eternità alla beatitudine del paradiso, mentre altri sarebbero destinati all’inferno eterno prima ancora di aver potuto aprire bocca. La Chiesa ci tiene a ricordare:
« Dio non predestina nessuno ad andare all’inferno; questo è la conseguenza di una avversione volontaria a Dio (un peccato mortale) in cui si persiste sino alla fine.» (CCC 1037).
Come si finisce all’inferno?
Ci sono tante strade che portano all’inferno. Conoscerle ci permette di evitarle e di prepararci al nostro vero destino: la vita eterna con Dio.
1 – Rifiutare la misericordia divina
Durante un dialogo con santa Caterina da Siena, Dio le disse: «Ritenere che la propria miseria sia più grande della mia misericordia, ecco il peccato imperdonabile, che non viene perdonato né in questo mondo, né nell’altro. Per questo la disperazione di Giuda fu per me più offensiva e per mio Figlio più dolorosa del suo stesso tradimento». Dopo ogni caduta, evitiamo di crogiolarci nella tristezza, perché questo paralizza la misericordia divina e ferisce lo Spirito Santo.
2 – Morire in peccato mortale senza pentirsi
Per finire all’inferno, bisogna proprio volerlo! Il Catechismo ricorda una verità fondamentale che purtroppo non viene quasi più insegnata: «Le anime di coloro che muoiono in stato di peccato mortale, dopo la morte discendono immediatamente negli inferi. » (CCC 1035). Per quanto riguarda l’imputabilità di un determinato peccato grave, solo Dio conosce la coscienza del peccatore in questione.
3 – Apostasia e atti specifici
Non si va all’inferno solo per aver rinnegato la fede, ma anche a causa di peccati gravi in cui ci si impantana definitivamente: «Bisogna evitare», si legge nella Veritatis Splendor, «di ridurre il peccato mortale all’atto che esprime una “scelta fondamentale” contro Dio. C’è, infatti, peccato mortale anche quando l’uomo sceglie, consapevolmente e volontariamente, per qualsiasi motivo, qualcosa di gravemente disordinato».
4 – Dubitare dell’esistenza dell’inferno
Santa Faustina, dopo una “visita” mistica all’inferno, fa un’osservazione di grande gravità: «Scrivo questo per ordine di Dio, affinché nessuna anima possa scusarsi dicendo che l’inferno non esiste. Ho notato una cosa: là ci sono molte anime che dubitavano dell’esistenza dell’inferno. » Se in quel luogo di dannazione ci sono esseri che dubitavano dell’esistenza dell’inferno, che ne sarà allora delle persone che hanno il compito di insegnare la fede e che affermano che l’inferno non esiste?





